
“Qualche tossico fa pure bene, dà la forza a chi usa le leggi dello Stato e ingrassa la sua scorza.”
— Lou X
All’apparenza una provocazione, una stilettata poetica, ma leggendo bene rivela una cruda verità politica e sociale: ciò che dovrebbe scuotere le coscienze — la marginalità e l’abbandono — finisce invece per fare comodo e diventare il capro espiatorio, la scusa perfetta per mettere in moto la macchina della sicurezza, per alimentare la retorica su ordine e legalità.
Nel teatrino della politica, chi usa per divertirsi, chi ha una dipendenza, chi spaccia, chi vive per strada ha un ruolo preciso: tenere in piedi l’illusione di un confine netto tra giusto e sbagliato.
È questo il paradosso: la marginalità sociale serve ai politici da salotto televisivo, agli imprenditori della sicurezza, ai burocrati delle emergenze, fa prendere voti, dà la forza a chi scrive le leggi, le interpreta, le impone.
Quel “qualche tossico fa pure bene” diventa una delle giustificazioni per spese sulla sicurezza, operazioni speciali, retoriche muscolari, TSO, manganelli ai rave, militari che pattugliano le strade, telecamere che spiano 24 su 24.
Non si cerca di ricucire la ferita sociale. Si tiene aperta, giusto quel tanto che basta per mostrare alle telecamere un cerotto. E giù di consensi.
E più si stringe il confine tra bene e male, più si può dire che “si sta facendo qualcosa”.
Meglio prevenire che curare, si dice. Ma qui la “cura” non è la prevenzione — quella che piace a noi — , né autodeterminazione, né libertà. Qui “cura” significa repressione. Significa controllo, stigma, militarizzazione.
È questa l’ipocrisia collettiva: ridurre chi usa a un problema individuale, a una colpa morale, mai a un sintomo sociale, di classe, strutturale.
Le risposte reali devono andare in un’altra direzione.
La Riduzione del Danno è una pratica concreta e una lotta: significa siringhe sterili, farmaci salvavita, supporto psicologico e sociale. Ma significa anche scardinare leggi proibizioniste, contrastare lo stigma, difendere i diritti.
Le stanze del consumo sono un esempio concreto: non solo spazi sicuri dove si riducono rischi evitabili — overdose, infezioni, violenze — ma anche luoghi politici che si oppongono allo stigma e alla criminalizzazione.
Sono dei punti di svolta perché riconoscono la realtà di chi usa togliendola dalla clandestinità e dalla repressione.
Non vogliamo essere marionette e neanche spettatori di quello che ci riguarda, che ci appartiene. Serve lottare.
Lottare contro un sistema che si arricchisce e si rafforza grazie a chi tiene ai margini.
Lottare per costruire una società che non lasci indietro nessuno, che riconosca i diritti di chi usa, senza farne un problema da eliminare, da punire o usare quando fa comodo.
Perché, alla fine, “qualche tossico fa pure bene” solo a chi sta in alto. Noi abbiamo bisogno di un cambiamento radicale.
Nel mentre, come Lou X, “sputo in terra quando passa la madama”.
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