
Esistono luoghi e situazioni nel mondo che, agli occhi della maggior parte delle persone, possono sembrare oltre ogni immaginazione. Luoghi in cui si respira un senso profondo di disagio, abbandono ed emarginazione.
Molti operatori sociali che lavorano ogni giorno sul campo lo sanno. Sanno cosa significa incontrare una persona in una condizione di estrema difficoltà e, nonostante tutto, continuare a guardarla e a trattarla prima di ogni altra cosa come una persona. Sanno che dietro ogni volto esistono emozioni, pensieri, relazioni, traumi, desideri e vissuti. Sanno che ognuno di noi ha una propria fragilità, un punto debole. La differenza è che alcuni di questi punti deboli vengono trasformati in un marchio e, agli occhi della società, diventano una colpa.
Sempione rappresenta in modo drammatico e quasi iconico una realtà che il nostro Paese non è riuscito, e forse non ha voluto, affrontare fino in fondo: il consumo di sostanze come questione sociale e sanitaria, e non esclusivamente come problema di ordine pubblico.
Per anni abbiamo scelto di combattere una guerra alle droghe che, troppo spesso, è diventata una guerra contro le persone che le utilizzano. E così le persone vengono costrette a consumare di nascosto, in condizioni degradanti, sporche e pericolose, senza alcuna possibilità di essere tutelate nel momento di maggiore vulnerabilità.
Ma chi consuma oggi non è più soltanto l'immagine stereotipata del vecchio "junkie" che molti hanno ancora in mente.
Sono ragazze e ragazzi che hanno iniziato per curiosità e che, quasi senza accorgersene, si sono ritrovati immersi fino al collo in una dipendenza.
Sono donne e uomini che, dopo una crisi sentimentale, familiare o dopo un lutto, non sono riusciti a rialzarsi e sono rimasti intrappolati in una situazione come quella di Sempione.
Ci sono adolescenti che hanno trovato nella sostanza una forma distorta di libertà e che finiscono per guardare quel mondo come qualcosa a cui aspirare, come un mito giovanile.
Ci sono persone anziane che sentono di non avere più nulla da perdere.
Ci sono persone straniere costrette a vendere sostanze per sopravvivere, per le quali l'illegalità diventa l'unica strada possibile.
E ci sono donne che hanno iniziato a consumare da giovanissime e che, anni dopo, si sono ritrovate ancora lì, incastrate in una condizione dalla quale è estremamente difficile uscire.
Le persone che consumano e che muoiono per overdose sono tante. Sono diverse tra loro, appartengono a generazioni, storie e condizioni sociali differenti. Il fenomeno è cambiato nel tempo.
Eppure la risposta, troppo spesso, continua a essere la stessa: repressione.
Noi, invece, alle persone diamo un nome.
Non per schedarle. Non per etichettarle.
Lo facciamo perché le conosciamo. Perché dietro quel nome c'è una persona, una storia, una vita. E non importa nemmeno se quello sia il suo vero nome.
Nadia è morta a Sempione.
E Nadia non è morta perché “se l'è cercata”.
Non è morta perché era “una prostituta”.
Non è morta perché era "una tossica".
Nadia è morta in un contesto in cui non esisteva un luogo sicuro nel quale poter consumare sotto la supervisione di personale formato, con strumenti e interventi immediati in caso di overdose.
È morta anche dentro le conseguenze di una politica che, per troppo tempo, ha investito più nella repressione e in campagne elettorali che nella tutela della salute.
È morta in un sistema nel quale fare una retata può essere più semplice che costruire servizi sanitari, spazi di consumo più sicuri, percorsi di presa in carico e interventi capaci di monitorare e proteggere davvero le persone presenti.
Perché se oggi avessimo avuto una stanza del consumo, Nadia forse sarebbe ancora viva.
Se avessimo avuto una stanza del consumo, Giorgia forse non sarebbe stata violentata.
Se avessimo avuto una stanza del consumo, Liliana forse non avrebbe subito violenze dopo essersi addormentata in seguito al consumo.
Se avessimo avuto una stanza del consumo, Andre, Paolo, Roberto, Giacomo, Bruno, Mohamed, Anas e Jarek potrebbero essere ancora qui.
Non si tratta di giustificare il consumo.
Non si tratta di dire che le droghe non possano essere pericolose.
Si tratta di riconoscere una cosa molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile: le persone che usano droghe esistono e sono persone,e rimangono tali anche quando stanno attraversando una dipendenza.
Nadia poteva essere tua figlia, Roberto poteva essere tuo nonno, Jarek poteva essere il tuo collega.
Quando una persona è in una condizione di vulnerabilità estrema, la risposta non può essere abbandonarla a morire nel luogo più nascosto e pericoloso possibile.
Una società si misura anche da come tratta chi si trova nel momento peggiore della propria vita.
E se si continuiamo a scegliere la repressione quando servirebbe tutela, allora non stiamo soltanto combattendo le droghe, stiamo scegliendo, consapevolmente o meno, chi merita di morire e chi no.
Nina

