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Un tossico in meno.

30/08/2026 12:45

Lettere alla redazione

Voci di fuori, overdose, morte, social, cattiveria, proibizionismo, rabbia,

Un tossico in meno.

Ho letto un post sui social sulla morte di overdose di una donna. Poi ho aperto i commenti. Cazzo."Un tossico in meno."

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Ho letto un post sui social sulla morte di overdose di una donna. Poi ho aperto i commenti. Cazzo.

Un tossico in meno.

 

Scritto così. Senza vergogna, senza esitazione. Come se parlasse di un sacco di immondizia portato via: dava fastidio e adesso non c’è più.

Questa frase è scritta in un social ma non nasce e non si ferma sicuramente solo lì. Arriva dopo anni di parole sputate e di etichette attaccate addosso alle persone. Dopo anni in cui hanno insegnato a mettere tutto nello stesso mucchio: droga, furti, spaccio, povertà, panchine, stazioni, periferie, gente senza casa che dorme nei parchi, che urla, che beve.

Poi hanno preso quel mucchio e gli hanno dato un nome: Degrado. Parola perfetta perchè 

non ha volto, non ha storia, non ha famiglia, non ha memoria. E il degrado si elimina, si allontana, si ripulisce.

E così, un pezzo alla volta, abbiamo smesso di parlare delle condizioni e abbiamo cominciato a parlare delle persone come se fossero quelle condizioni. Non una persona povera, una persona che usa droghe, una persona che dorme per strada, ma il degrado.


Poi arriva la sicurezza, un'altra parola buona per tutto.

Non serve più chiedersi perché uno spazio è stato abbandonato, perché mancano servizi, perché certe persone vivono fuori da qualunque rete, perché si continua a gestire con la polizia quello che è sociale, sanitario, abitativo. Basta indicare qualcuno. Quello lì. Quello che sporca, che ruba, che si fa. Quello che rovina il quartiere e che fa scendere il valore delle case. Insomma quello che bisogna togliere di mezzo.

La politica su questa roba qua ci ha costruito carriere intere. Ha imparato che è più facile vendere un nemico che una soluzione. Infami.

Dire “ripulire” costa meno che aprire un servizio. La “tolleranza zero” costa meno che costruire relazioni, ma anche gli sbirri costano meno, politicamente, che spiegare perché alcune persone sono state lasciate sole.

Dispiegare polizia fa più scena. Fa sembrare che ci si stia occupando della cosa. Per due ore il parco è vuoto, solo che le persone non si sono teletrasportate in un altro universo, si sono solo spostate di un isolato aspettando di tornare al punto di partenza.

Ma chi se ne frega, l’importante era toglierle dalla vista per la foto sui quotidiani.

Perché questo è diventato il punto: non cambiare le condizioni, ma nasconderle per qualche ora. Nascondere tutto quello che rovina la cartolina della città pulita e sicura. Povertà, consumo, sofferenza. 

E quando per abbastanza tempo tratti qualcuno come qualcosa da nascondere o punire prima o poi diventa qualcosa di cui puoi anche fare a meno. A quel punto “un tossico in meno” è quasi la conclusione logica.

Prima togli il nome, la storia, la complessità, i diritti e alla fine togli anche il lutto. Quello che resta è soltanto l’etichetta “Tossico.” E davanti a un’etichetta è più facile non provare niente.

Il punto non è negare che esistano furti, aggressioni, spaccio o conflitti. Esistono, ma un furto rimane un furto e un’aggressione un’aggressione. Non esiste una colpa collettiva chiamata “essere drogato”. Eppure da anni il meccanismo politico e mediatico è esattamente questo: prendere il comportamento di qualcuno e usarlo per costruire un’intera categoria come problema di ordine pubblico. Il gesto di una persona diventa l’etichetta per tutte le altre. Così chi usa droghe viene trasformato in un sospetto. E mai ci chiediamo qual è il ruolo che ha il proibizionismo in tutto questo. È il proibizionismo a consegnare le sostanze all’illegalità, a rendere clandestino il consumo e a trasformare comportamenti legati all’uso di sostanze in questioni di polizia. Poi si indicano proprio le conseguenze di questo sistema come prova del fatto che “i drogati sono criminali”. È un cortocircuito: si costruisce un sistema che produce clandestinità, marginalizzazione e mercato illegale e poi si usa quella stessa marginalità per giustificare altra repressione. Questo non significa negare le responsabilità individuali, ma rifiutare l’idea che l’uso di droghe renda automaticamente una persona pericolosa. E quando qualcuno muore, muore una persona non uno di “quelli”.

Ecco cosa c’era dentro quei commenti. Non soltanto odio, ma l’educazione all’odio.

Anni di titoli, campagne elettorali, servizi televisivi, parole come invasione, emergenza, degrado, decoro, pulizia, allontanamento. Anni passati a costruire una linea netta tra buoni e cattivi. I buoni quelli normali e i cattivi quelli da gestire, reprimere. Un “noi” e un “loro”. E ogni volta che si costruisce un “loro”, prima o poi qualcuno comincia a pensare che la “loro” vita pesi meno.

Quindi la cosa più di merda è che quel commento non era nemmeno un insulto. Era la tranquillità e sicurezza (di essere dalla parte del giusto) con cui una persona può scrivere che un’altra morte è una buona notizia. Come se niente fosse. 

 

Forse è questo il punto a cui siamo arrivati. Non scandalizza più che qualcuno venga lasciato per strada, ma scandalizza che esista e che lo si veda. Non scandalizza la marginalità, ma l’occupazione di un parco. Non scandalizza che qualcuno muoia, quello che interessa è che non disturbi più e che la casa riprenda valore.

E non chiediamoci più da dove venga tutta questa rabbia perché viene anche da qui. Da una politica che per anni ha insegnato che alcuni esseri umani sono problemi urbani. E se trasformi abbastanza a lungo una persona in un problema, prima o poi qualcuno sarà contento quando il problema scompare. 


 

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